17 marzo 2006

Lettere kafkiane da Torino

Questa volta parlo per fatto personale. Sono arrabbiata, anzi inorridita! Da quasi sette anni ho lasciato l'Italia, l'ho fatto in pieno regime ulivista. Non è stato facile sciogliere tutto il groviglio di nodi burocratici di cui è ricco il sistema italiano: notai, carte bollate, veri furti legalizzati chiamati tasse, code agli uffici, odissee tra mediatori immobiliari senza scrupoli e tanto, tanto altro. In compenso nulla di tutto questo mi riservava la Norvegia: persone e uffici accoglienti, totale assenza di lacciuoli burocratici ad osteggiare il progetto di una futura vita in un Paese completamente nuovo e pertanto pieno di incognite. Quindi mentre ogni passo per lasciare l'Italia si presentava pesante e faticoso, ogni passo per entrare in Scandinavia procedeva talmente leggero da lasciarmi sbalordita. Così è stato all'inizio così è proseguito fino ad oggi. Dall'Italia, invece, sono continuate le piccole e grandi "persecuzioni" fino a quattro anni fa, dopodichè avevo creduto che il cordone ombelicale con la "madre patria della burocrazia" fosse stato finalmente e definitivamente reciso. Ieri purtroppo ho scoperto che non era affatto così...Nella cassetta della posta c'era una lettera di quelle alle quali non ero più abituata, tutta timbri e pessimi preludi. Arrivava da Torino (la città delle olimpiadi invernali che ha stupito il mondo per efficienza organizzativa, disponibilità e accoglienza) e in sintesi c'era scritto che l'esattoria comunale delle imposte mi riteneva irreperibile (eppure sono iscritta da sette anni nell'anagrafe dei residenti all'estero del comune, l'A.I.R.E.) e pertanto la mia pratica era stata sigillata in un plico e trasmessa in una non meglio definita "casa comunale" di una certa via della città. Perentoriamente, anonimamente, senza se e senza ma, mi si intimava di pagare omettendo di comunicarmi che cosa e quanto! Ben in evidenza era, al contrario, il numero di contocorrente sul quale versare l'ignota somma. La "gentile missiva" si sprecava in riferimenti a misteriosi articoli e commi dei codici civile e penale che rendevano ancora più inquietante e intimidatorio tutto l'insieme. Ho letto e riletto la pagina alla ricerca di un nome, di un numero di telefono, di uno straccio di riferimento al quale una persona distante poco meno di tremila km si potesse rivolgere per ottenere le essenziali spiegazioni, ma nulla di ciò era stato aggiunto. Solo chi ha letto "Il processo" del geniale Kafka, può capire quanta frustrazione e senso di impotenza si possono provare dopo la lettura di simili comunicazioni in autentico stile appunto kafkiano. Per fortuna esiste internet e a chi scrive non ha mai fatto difetto l'intraprendenza e la caparbietà con le quali partendo da quel poco di dati che aveva è riuscita, attraverso una via crucis tra i centralini musicali e call center di facciata, a raggiungere un direttore di sezione... Ho scoperto così che, dopo aver lasciato definitivamente Torino, non avrei mai pagato la tassa rifiuti al comune!!! Mi sono sentita una latitante ricercata dalla pubblica amministrazione locale nonostante ogni fine d'anno proprio il primo cittadino del capoluogo Chiamparino mi pregia di una sua corposa lettera con vari allegati (prodotta e spedita a spese della cittadinanza tutta) e che quindi tanto irreperibile non mi considera. Questa storia mi è apparsa ancora più kafkiana dopo che, ricerca su ricerca, ho potuto raggiungere telefonicamente l'attuale proprietario dell'alloggio in questione che quasi incredulo mi ha rassicurata sulla sua puntualità nei pagamenti della tassa in oggetto (come si dice in burocratese) mentre mi copriva di nostalgiche quanto inaspettate tenerezze (ma questo non c'entra, è solo che Perla è vanitosa e ama raccontare delle persone che pur avendola frequentata solo per poco tempo, non se la dimenticano a distanza di anni :-D). Ma torniamo a Kafka e alla vicenda dell'assurdo, da lui raccontata quasi un secolo fa e ambientata in una non identificabile città alla quale oggi (2006) posso dare un nome. Non so come riuscirò a cavarmela se non grazie all'aiuto dei parenti torinesi disponibili a intraprendere per mia vece trafile e insopportabili vessazioni di fronte ai vari sportelli del Comune anzi della "casa comunale". Certo è che colui che si è inventata la parola "casa" dev'essere stato un sadico o un commissario del popolo di sovietica memoria, vista l'inospitalità dell'ambiente domestico. Dopo aver vissuto sette anni in una realtà dove l'amministratore pubblica é sempre stata al mio servizio nel modo più trasparente possibile (pur non essendo io cittadina norvegese), mi ha riempita di incredulità e di una certa sofferenza l'essere stata catapultata nel suo opposto torinese.

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