24 gennaio 2007

La poligamia tra i diritti civili

Se Rosy Bindi, invece di impegnarsi ad aggravare oltre ogni misura la già compromessa efficienza e precisione della gestione dei dati anagrafici degli italiani, rispondesse con durezza a certi musulmani e alle loro proposte di riforma poligamica della famiglia, forse meglio sarebbe per le donne e i loro diritti. Prima però di continuare nella lettura di questo post, è indispensabile ascoltare la registrazione audio, da oggi on line sul blog di Phastidio.net, dove direttamente, dalla voce di un “fedele” dell’UCOII, parte l’appello al governo italiano affinché adotti la poligamia come risposta di civiltà all’attuale condizione della donna, usata e abusata fuori dal matrimonio. La povera donna indifesa e violata, grazie a questa “civilissima riforma”, verrebbe risarcita moralmente accedendo all’harem dell’uomo, suo magnanimo protettore. Gli argomenti che Phastidio porta a commento di questa uscita invereconda sono estremamente importanti e meriterebbero di essere discussi punto per punto, a cominciare dal paradosso che dovrebbe vedere l’antiproibizionismo come principio da adottare per giungere alla legalizzazione di un delitto contro le donne. Ma la Bindi è molto più preoccupata di abbattere lo strapotere patriarcale (concetto espresso dalla stessa ministra) dell’uomo italiano, togliendoli l’esclusività di trasmettere il proprio cognome ai suoi discendenti! La tardo-femminista Bindi getterà nel caos ulteriore gli uffici comunali, per una riformicchia, per quanto legittima, pericolosa se inserita nell’attuale sistema burocratico che conosciamo. In un paese superinformatizzato come la Norvegia il cognome non è vincolante per nessuno e chiunque può cambiarselo a suo piacimento durante la propria vita, ma in questa Italia, dove si fanno ancora le trascrizioni a penna, tutto potrebbe accadere e non certo in meglio. Intanto si permette a esponenti di associazioni come quella dell’UCOII di sedere impunemente al tavolo del governo, portando il loro contributo di consulenti del legislatore, finalizzato, senza troppi giri di parole, a introdurre la sharìa nell’ordinamento italiano.

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