27 gennaio 2007

Lettera a Sara nel Giorno della Memoria

Carissima Sara,

ti scrivo dopo tanto, tanto tempo. Io sono Perla, la tua compagna di banco della quarta elementare femminile dell'istituto Lessona.

Tu forse non ricordi quel banco e quell'aula e certo non puoi immaginare che io ti sto pensando da qualche parte nel mondo. Per me tu eri "Sara l'ebrea", la bambina che aveva solo otto anni (uno meno di me), quella dei due anni in uno! Accidenti quanto eri diversa! Persino più diversa di me! Sai, la mia memoria si é sempre comportata come un hard disk autoformattante che distrugge tutti i file troppo datati; grazie a questo ho potuto liberarmi di gran parte dei ricordi di persone, fatti, luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza.

Eppure, nonostante ciò, incomprensibilmente, ancora oggi ho presenti il tuo nome, il tuo cognome e il tuo visino severo. Tu forse non potrai ricordare il nostro banco in prima fila… già, in prima fila: io perché ero la più piccola di statura, tu perché eri la più piccola di età.

Una cosa però sono certa ricorderai di quell'aula: il Crocifisso, quell'enorme Crocifisso dietro le spalle della maestra. Eri, è inutile dirlo, la prima della classe ed io, è inutile dirlo, quasi l'ultima. Tra quelle alunne nate nel continente (io figlia di una famiglia appena immigrata dalla Sardegna) mi sentivo così spaesata, goffa, di più direi, straniera! Forse fu per questo che la maestra pensò di metterci nello stesso banco, per farci sentire meno sole.

Piccola Sara, di certo la maestra sbagliava. Essere le due nuove approdate in quella quarta non annullava affatto « quella differenza » tra noi. Davanti ai nostri occhi giganteggiava quel Crocifisso. Tutte le mattine recitavamo il "Padrenostro" ed io, umile figlia di un ex minatore del Sulcis, battezzata e catechizzata dal parroco del mio paese, avvertivo qualcosa che mi accomunava alle altre compagne: ero cattolica fra cattoliche. Poi c'era la Pasqua e noi tutte condividevamo le letture, i temini e i dettati sulla "Passione di Nostro Signore". Il parroco veniva per l'ora di religione e, nonostante non fosse quello che mi aveva battezzata, portava lo stesso abito e le stesse parole di quell'altro.

E tu?

Tu silenziosa e austera, senza guardarmi, lasciavi il nostro banco e uscivi dall'aula.La prima volta, con molto imbarazzo, chiesi al prete: "Perchè Sara esce? E la risposta fu: "Perchè lei é ebrea e non prega Gesù.". Com'era possibile?

Tu eri la più brava di noi e nonostante io scrivessi daddo, finnestra, caseta, camino per cammino e cammino per camino, facendo ridere le nostre compagne, benevolmente fingevi di non accorgerti della mia strana pronuncia. Te ne ero grata. Ma lo stupore per quello che il prete aveva detto mi riempiva la mente di dubbi su chi fosse davvero la mia vicina di banco: angelo o diavoletto?

Ben presto però quei dubbi si sciolsero e da allora fosti solo la bambina ebrea assolutamente speciale che ancora oggi vive nella mia memoria. Il tuo viso pulito, i capelli chiari e lunghi legati a coda di cavallo, la tua dolcezza e la tua infantile austerità sono riaffiorati alla mia coscienza con tanta vividezza in questi tempi di orrori.

Sara, oggi dovresti essere una donna sposata con figli più grandi di noi ai tempi della scuola. Forse la tua vita è continuata nella tua Israele e forse un autobus é già esploso troppo vicino a te o a qualcuno che hai amato. In quinta vicino a me sedeva un'altra bambina; chissà come si chiamava... non lo ricordo più.

Invece fu in ricordo di te che, in terza media, imposi all'insegnante e a tutta la classe di adottare "Il diario di Anna Frank" come testo dell'anno. Ero sicura che tu, pur non avendo vissuto sulla tua pelle la stessa tragedia di Anna, conoscessi profondamente il significato di quelle persecuzioni. Grazie a te per un anno una trentina di ragazzine poté leggere, scrivere e discutere il diario di una loro meravigliosa coetanea morta anche "perchè non pregava Gesù".

C'era sempre una Terra Promessa nelle infaticabili prediche dei nostri sacerdoti; parole che in noi, piccole cristiane, evocavano luoghi immaginari e impossibili, ma non per te. Ora lo so, per te quella Terra era un posto vero. Un vero territorio che da sempre gli ebrei come te sognavano di abitare in pace, un giorno.

Dolce Sara, non ti sarò mai abbastanza riconoscente per avermi insegnato concretamente cosa siano il rispetto fra religioni diverse. Tu, italiana e piemontese da generazioni, sedevi come me davanti a quell'enorme Crocifisso, senza che nessuno della tua famiglia immaginasse di far staccare dalla parete quel simbolo che vi accusava. Oggi ho scoperto che probabilmente tu non mangiavi le stesse cose che la mensa della scuola cucinava per tutti, eppure né tu né i tuoi genitori pretendeste mai cibo kasher o speciali trattamenti per la tua alimentazione. Promossa due classi alla volta mi lasciasti presto e con me lasciasti quell'istituto e quel disagio fatto di storia e di simboli non condivisi.

Sara, stella che brilli per me a dispetto del tempo, ti lascio con queste parole scritte sessant'anni fa ma che anche oggi un'altra ragazzina ebrea come te potrebbe riscrivere con lo stesso coraggio nel cuore: "È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità”. (Anna Frank) Con tutto l'affetto che posso Perla

Blog dedicato ad Anne Frank e Ayn Rand

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