31 marzo 2007

Sulla pelle dei condannati a morte

La pena di morte è quanto di più illiberale uno stato possa prevedere e applicare nel suo codice penale. Uno stato moderno che si dà dei limiti precisi e rigidi al fine di non gravare sulle libertà civili ed economiche di ogni suo singolo cittadino, dovrebbe, a maggior ragione, affermare che ancor meno la vita stessa dell’individuo non gli appartiene mai, anche quando si trattasse di quella di un assassino reo confesso.

La sicurezza collettiva è un bene che non richiede la morte di colui che l’ha violata, bastano un buon sistema giudiziario e di investigazione, la certezza della pena e le detenzioni sicure, per tutelare la società dai pericoli e dalle minacce che possono assillarla.

La morte civile di un condannato è già pena sufficiente senza che nessuno si possa arrogare il diritto di decretarne anche quella fisica.

Come il mio portafoglio non può essere, se non in minima parte, disponibile nelle mani dello stato, è addirittura impensabile che lo possa essere l’interezza tutta della mia vita!

Questo concetto, a volte quello meramente umanitario più che di filosofia politica, è da decenni entrato in molti codici penali di numerosi governi occidentali che, senza tanti strepiti, hanno abrogato la pena di morte dai loro sistemi giudiziari.

In Europa non esiste più e negli USA circa metà degli stati l’hanno depennata o hanno deciso di non applicarla mai.

Quando pensiamo quindi alle esecuzioni che avvengono nel mondo e annoveriamo gli Stati Uniti tra i paesi che selvaggiamente, alla stregua di quelli comunisti e teocratici, utilizzerebbero l’omicidio di stato, commettiamo un grave errore!

L’America non è un monolito pro pena di morte ma un insieme di stati federali che, neppure tanto lentamente, si sta evolvendo verso l’abolizionismo per motu proprio, grazie al pragmatismo di un popolo sempre disposto a riconoscere i suoi errori e a porvi rimedio nel modo più efficacie possibile.

Ci sono dei momenti di particolare allarme sociale che qualche volta bloccano questo processo ma il tempo darà ragione a coloro che credono che, se pur la Costituzione americana sia figlia di donne e uomini che dovettero difendere con le armi le loro proprietà e le loro conquiste, ora i tempi sono cambiati e le rudezze dei duri pionieri non sono più degne di una società moderna, civile e liberale, generata proprio da quella straordinaria Carta.

E’ per tutto quanto sopra che definire strumentalmente stupido, cinico e miserabilmente illusorio quanto si è mosso in questi ultimi mesi intorno a una moratoria contro la pena di morte nel mondo è legittimo quanto doveroso.

Il dramma delle condanne a morte è diventato merce di scambio dentro la coalizione del governo italiano, che lo ha usato a scopi di meschina propaganda, determinando aspettative, destinate a fallire, in tante persone in buona fede.

Oggi che Prodi e D’Alema non hanno più bisogno di cavalcare strumentalmente l’inutile e cinica campagna da loro portata, sforzatamente, dentro l’ONU, fingendo di non sapere che presto l’avrebbero abbandonata, è rimasto il solito frusto digiuno del solito narcisista Pannella, ancora una volta impegnato a dibattersi in cerca di visibilità sulla pelle di coloro che (per fortuna pochi) si sono illusi di aver rimandata per breve tempo (moratoria significa rinvio) l’esecuzione della sentenza capitale.

Tags: Pena di morte, Governo Prodi, Moratoria

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