16 maggio 2007

A.M. Petroni, l'ultimo giapponese

Come tutti ben sappiamo, quando le truppe d’assalto dell’Unione, numericamente modeste, cromaticamente male assortite ma antropologicamente e partitocraticamente superiori, presero il potere, lo fecero con manovre formidabili ed efficaci.

Furono aggressive, fulminee, in grado di sbaragliare chiunque si frapponesse tra loro e le potenti poltrone dei palazzi repubblicani.

Senza sosta, giorno dopo giorno, per ottemperare ai contratti pre-elettorali stipulati tra le segreterie dei tanti partiti e partitini alleati e voraci, ebbe luogo la spartizione del bottino ricco di denaro pubblico e di pubblici incarichi.

Tutti ricevettero la loro porzione grande o piccola, a seconda del potere contrattuale e dei voti incassati il 9-10 aprile del 2006.

Il bottino era ricchissimo ma i pretendenti inevitabilmente troppi, per cui (laicamente, per carità) ci si dovette ispirare alla nota vicenda della moltiplicazione dei pani e dei pesci e, come per miracolo, aumentarono dicasteri e sottosegretariati.

Dal Quirinale a Montecitorio, da Palazzo Madama a Palazzo Chigi, da quelli antichi a quelli moderni, tutti gli edifici delle istituzioni (salvo quelli già da tempo conquistati) sono passati nelle mani di presidenti, vicepresidenti,direttori generali, funzionari e segretari contraddistinti da margherite, querce, rosepugnanti, soliridenti, falci e martelli e qualche passamontagna.

Dal centro alla periferia ogni ente è stato consegnato ai coalizzati del centrosinistra e ai suoi meritevoli amici.

Poche e deboli sono state le resistenze che Romano Prodi e il suo variegato esercito hanno dovuto affrontare.

Grazie all’astuzia degli strateghi dell’Unione, professionisti veterani della politica affaristica e spartitoria, in meno di un anno, tutto è caduto sotto il controllo della coalizione.

Inaspettatamente, però, proprio il Palazzo della Rai, quello militarmente più presidiato dalla sinistra, non è ancora stato completamente espugnato.

Una donna e quattro uomini, membri del cda non scelti da questa maggioranza, impunemente resistono nonostante che, dal 10 agosto scorso (con la foto del consigliere Petroni pubblicata in stile “wanted” dall’Unità) sia iniziata una implacabile campagna mediatica di delegittimazione dei cinque “corpi estranei” presi di mira, manco a dirlo, anche dalla solertissima magistratura.

Questa volta in gioco non ci sono solo le nomine dei direttori organici alla coalizione di governo, i quali, peraltro, si stanno insediando da mesi (presto toccherà anche a Frecero) ma c’è qualcosa di molto più grande e devastante, che richiede compagni ubbidienti e fidati per essere attuata ed è la riforma Gentiloni.

Che fare allora? Se la legge non permette la destituzione dei consiglieri di nomina parlamentare, si abbatte il fortino colpendo Angelo Maria Petroni, quello indicato dal ministro del Tesoro e da questi revocabile per giusta causa.

E se la giusta causa non sussiste? Che importa? Mica siamo qui a tutelare l’art. 18 dello statuto dei lavoratori!

Ecco quindi che il ministro Padoa Schioppa manda la lettera a Prodi, con le doglianze nei confronti di Petroni e l’intimazione di revoca dell’incarico.

Ma, davanti alla commissione di vigilanza Rai, A.M. Petroni legge la lettera, la smonta pezzo per pezzo, facendo imbestialire i quattro consiglieri del centrosinistra, definendo irricevibile l’ordine ministeriale che, fino a ieri, non gli era stato ancora recapitato.

A questo punto sorridiamo pensando che il prof. silurato è uomo di lettere, un fine intellettuale, uno studioso che, come spesso succede agli scienziati, artisti e letterati, vive con la testa nelle nuvole e non si è accorto che il nemico ha già vinto e lui, ultimo giapponese sopravvissuto, continua a combattere una battaglia solitaria e impari, a difesa di un angolino del servizio pubblico, che invece finirà dentro il carniere dell’Unione.

Tags: Unione, A.M. Petroni, Commissione vigilanza, Cda Rai

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