11 maggio 2007

L'apostolato laico va in piazza

“Non possiamo non dirci cristiani” affermava Benedetto Croce e, qualunque sia il nostro orientamento politico, come facciamo a non essere d’accordo col filosofo napoletano?

E’ innegabile, forse, che noi italiani, salvo limitate eccezioni, siamo cresciuti a pane e acqua santa?

Non è questa la realtà che ci ha avvolti, rassicurati e formati culturalmente e psicologicamente da tempo immemorabile?

Nessun altro cittadino del mondo cristiano è stato immerso, fin dai primi vagiti, nelle atmosfere e nei rituali della religione di Santa Madre Chiesa, quanto un italiano.

Abbiamo imparato che non sono stati solo i sacramenti, il catechismo o l’ora di religione a formare la nostra cultura cattolica ma la stessa urbanistica dei luoghi in cui viviamo, l’arte che ci circonda, la nostra lingua e i santi del nostro calendario.

Pertanto Benedetto Croce aveva ragione da vendere ma, purtroppo per noi, è morto prima di poter avere contezza di un altra cultura egemone che stava emergendo e che sarebbe diventata altrettanto pervasiva e condizionante quanto e più di quella clericale.

Se Croce avesse vissuto in questi giorni avrebbe potuto aggiornare il suo pensiero, osservando questa Italia della sclerotizzazione post bellica e avrebbe concluso: “non possiamo non dirci comunisti, anzi catto-comunisti”!

Chi può ignorare che, dal dopoguerra in poi, si è insediata ovunque la pedagogia antifascista, sessantottesca, resistenzialista e rivoluzionaria proletaria, a immagine e somiglianza del Pci prima e in seguito della sinistra tutta?

Insomma anche se non frequentiamo nessuna delle due chiese, quella cattolica o quella comunista, siamo intellettualmente segnati dalle dottrine delle quali esse sono propagatrici.

E se la Chiesa cattolica è rimasta salda e coerente nella sua missione evangelica e dogmaticamente moralizzatrice, con qualche riforma conciliare e qualche strizzatina d’occhi alle mode del momento (vedi l’introduzione delle chitarre nelle funzioni religiose), i predicatori atei dell’antifascismo professionista hanno imparato a utilizzare a piene mani il linguaggio messianico, mutuandolo da quello clericale.

E’ così abbiamo cominciato a sentirci peccatori ogni qualvolta temevamo di non rispettare i precetti antifascisti, anticapitalisti, antiliberali, antindividualisti e antiamericanisti.

Precetti sempre difesi dai nostri martiri della resistenza, i pluripremiati discepoli partigiani in servizio permanente effettivo, specie nelle scuole dove, per non dimenticare, raccontano ai ragazzi le loro gesta di oltre sessant’anni fa; testimonianze che vengono portate ancora tra le lacrime che, nonostante il lungo tempo passato, sembrano non doversi mai seccare.

Da decenni le nostre scelte, le nostre opinioni, i nostri costumi, i nostri gusti sono imposti da quella elegante intelligentja culturale e massmediatica che si è instaurata in ogni dove per controllare, promuovere e propagandare il verbo socialista, creando una catechesi diffusa capillarmente ovunque si faccia aggregazione, didattica, piccola o grande cultura.

L’Italia è divisa tra oratori parrocchiali e centri sociali che spesso si sono fusi in uniche manifestazioni di piazza, dove il solo aggettivo utilizzato per contraddistinguere gli uni dagli altri è stato quello di “laici”.

I laici, appunto, da laycus ovvero uomo del popolo.

Un termine che nasce dentro la gerarchia ecclesiastica e che, solo in Italia, ha assunto un significato improprio, che ne fa una figura esterna, estranea, quando non in antitesi con la Chiesa.

Ma il laico, quello che si agita nei media e nelle piazze, è ancora questo delle origini medioevali: “Nella seconda metà del XII secolo la Chiesa di Roma era coinvolta nella contesa che la vedeva in contrasto con l’Impero per salvaguardare la sua autonomia...

Nel corso dei secoli XI-XII i laici richiedono uno spazio e partecipazione sempre maggiore, sostituendo progressivamente all’ideale monastico quello della predicazione, inteso come imitazione della vita apostolica, esaltando in particolare la povertà...”

(Continua qui.)

Il ruolo che hanno assunto i laici moderni, in una nazione come la nostra, dove l’immaginario collettivo si confonde nell’ubbidienza alla fede in Dio con quella ai nuovi –ismi- socialisti (pacifismo, terzomondismo, femminismo, ambientalismo, ecc.), è rimasto quello stesso di mille anni fa.

Il laico, specie quello animato da forte passione anticlericale, tradisce il suo inconscio sentimento missionario, spesso più implacabile ed esaltato di quello del prelato.

Purtroppo questa opera egemonica si è insinuata nelle coscienze di molti sedicenti (nel senso che dicono di sè) liberali o anticomunisti che non si accorgono di non essere poi tanto diversi, nel loro agire e pensare, da coloro che vorrebbero avversare.

Costoro entrano in un blob nel quale si confonde laicismo con liberalismo, socialismo con cattolicesimo, perbenismo con anticonformismo e dove finiscono con avere comportamenti omologhi, specularmente intransigenti, occupando semplicemente due piazze diverse ma con dinamiche e passionalità indistinte dal “nemico”.

In questo marasma di false contrapposizioni finisce con l’aver ragione chi afferma l’inesistenza di differenze tra destra e sinistra e scommette che di riforme veramente liberali la nostra società, senza una democrazia matura, non ne vedrà mai.

Lo Stivale è la fotografia di un convento dentro il quale i laici non indossano insegne cristiane o marxiste ma, essendosi formati nello stesso ordine monastico degli officianti, nei conflitti libertari troveranno sempre un compromesso, magari pure storico.

Non saranno alcuni strappi e alcune microscopiche

e spesso inutili “conquiste”, compiuti qui e là, a delineare la separazione netta tra riformatori liberali e conservatori socialisti.

Tags: Politica, Chiesa, Laicismo, Anticlericalismo, Comunismo

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