26 novembre 2007

Il Referendum da abrogare

Si sta facendo un gran discutere intorno al referendum abrogativo di alcuni articoli di legge relativi al sistema elettorale, per il quale un vasto comitato ha già raccolto le firme che stanno per avere il via libera della Cassazione; poi i quesiti passeranno al vaglio della Corte Costituzionale.

Il risultato che si prefiggono i promotori della consultazione popolare in questione lo troviamo assolutamente apprezzabile e condivisibile, considerando che l’ipotetica vittoria dei Sì introdurrebbe lo sbarramento a liste minori, invertendo l’attuale tendenza alla proliferazione dei partitini e assicurerebbe, grazie al premio di maggioranza per la lista vincente, una migliore governabilità.

Questo è ciò che si sa essere nelle intenzioni di Guzzetta e dei co-presentatori dei quesiti referendari, ai quali vorremmo augurare il successo che meritano e che quasi mai, in oltre trent’anni, altri comitati hanno raccolto, se non per un giorno, quello dei risultati vittoriosi, puntualmente ribaltati dopo poco dal Parlamento. Ebbene sì, in Italia i referendum abrogativi valgono quanto quelli propositivi, cioè nulla!

Salvo due o tre eccezioni la loro indizione si è rivelata un’impietosa mancanza di rispetto dell’intelligenza e della volontà popolare.

Con l’art. 75 la Costituzione prevede che, ove almeno cinquecentomila aventi diritto di voto lo decidano, l’intero elettorato può intervenire sulle leggi, annullandole del tutto o in parte attraverso l’abrogazione di interi articoli o commi di norme vigenti. Fin qui tutta la procedura apparirebbe agevole e trasparente ma nella pratica non lo è affatto, date le infinite limitazioni, gli adempimenti burocratici e le imprevedibili possibilità di annullamento dell’esito che inficiano il dettato costituzionale. .

Letta dalla parte degli abrogazionisti ogni chiamata al voto non ha certo prodotto i risultati sperati.

Il primo promotore ad essere sconfitto fu Amintore Fanfani, deciso ad abrogare la neonata legge sul divorzio. Vinsero i No e la legge venne, a maggior suo scorno, ritoccata in senso ancora più liberale. Fu la prima e l’ultima volta che il risultato di un referendum rispettò il voto della maggioranza degli elettori, che grandemente ancora ne beneficiano.

Ma da quel momento in poi tutte le decine e decine di leggi sottoposte al parere popolare causarono uno spreco di denaro pubblico e, circostanza assai più grave, il peggioramento della situazione preesistente al voto.

Lasciando da parte tutti i quesiti falcidiati dal No preventivo della Corte Costituzionale (spesso scandalosamente dalla parte dello status quo), ricordiamo il destino dei più importanti e più dannosi tra loro.

Il finanziamento pubblico ai partiti, quasi irrisorio prima del settantotto, dopo la vittoria dei Sì non solo non venne abolito ma aumentò in modo esponenziale, cambiando soltanto di nome.

Se oggi assistiamo a una proliferazione scandalosa di partiti e partitini lo dobbiamo soprattutto all’enorme disponibilità di denaro di cui essi possono appropriarsi.

L’abolizione del sistema elettorale proporzionale, che avrebbe dovuto introdurre il maggioritario all’americana, produsse una riforma pasticciata e persino antidemocratica, capace solo di potenziare la “spartitocrazia”, lasciando lo stesso tasso di ingovernabilità del precedente proporzionale puro.

Che dire dell’avvilimento che seguì al tripudio di quell’ottanta per cento di Sì che chiedeva di introdurre la responsabilità civile dei magistrati? Basta seguire le cronache giudiziarie per rendersi conto che l’impunità e l’arroganza degli operatori della giustizia di stato sono cresciute in modo spropositato.

E che dire delle trattenute sindacali “obbligatorie”? Ci sono come prima e più di prima. E la vittoria sulla privatizzazione della Rai? Mai neppure presa in considerazione! Qualcuno ricorda i Sì all’abolizione dei ministeri dell’agricoltura e del turismo? Un piccolo giro di valzer con leggero cambio di denominazione e poi tutto come prima!

Ci fermiamo per amore verso i nostri lettori ma molto ci sarebbe ancora da scrivere sull’istituto referendario voluto dai padri costituenti, i quali non furono molto accorti nel formularne il dispositivo, offrendolo ad ogni sorta di interpretazione e manipolazione dei giudici e dei legislatori.

Il cittadino gode, rispetto all’art. 75, di una sovranità del tutto limitata, che viene giustificata con termini quali “vuoto legislativo pericoloso”, che costituzionalisti e parlamentari si palleggiano, prima e dopo la celebrazione del referendum.

Nessuno se la sente di riflettere, col massimo rispetto dovuto, sui motivi dell’assoluta stanchezza e del disinteresse dell’elettore nei confronti di quest’arma democratica che gli si è, quasi sempre, rivoltata contro?

L’Italia non è la Svizzera, dove il cittadino è chiamato a pronunciarsi su argomenti chiari e diretti e dove vige l’osservanza assoluta del suo responso.

Disertando in massa le urne gli Italiani hanno dimostrato di non accettare più di essere chiamati a pronunciarsi su centinaia di quesiti indistricabili, di difficile interpretazione anche per un giurista e di non voler più vedere tradite la loro buona fede e la loro dignità.

Sarebbe troppo chiedere ai politici, prima di procedere con altre campagne perse in partenza, di dedicarsi alla riforma dell’attuale normativa sul referendum?

Tags: Referendum abrogativo, Riforma elettorale, Giovanni Guzzetta

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