29 dicembre 2007

L'interesse di Prodi

Dalla conferenza stampa di fine anno di Romano Prodi:

“... sono intervenuto nella... sostegno che una legge elettorale debba avere la più vasta rappresentanza possibile... Sono convinto che il lavoro che si sta facendo... sarà anche uno strumento per una ricomposizione, per un riaccorpamento delle forze politiche. Quel che io voglio è che, evidentemente, rappresentando tutta la coalizione, non vi sia una messa fuori gioco dei partiti minori...”.

Con queste tra loro contraddittorie parole (spesso bofonchiate e a tratti inintelligibili), il Presidente del Consiglio ha sancito la perpetuazione del potere dei partiti, della supremazia dei loro interessi di casta sugli interessi generali del Paese. Lo ha fatto badando alla sopravvivenza della propria coalizione in mano alle sue componenti più piccole e più estremiste, che temono di essere cancellate dalle riforme proposte da Berlusconi e Veltroni, le quali punterebbero alla riduzione dell’attuale numero dei partiti, tramite uno sbarramento che lascerebbe i piccoli fuori dal Parlamento.

Questo è un premier che perde sostegni da tutte le parti ma che, con la massima pervicacia possibile, a dispetto di tutto e di tutti, si tiene incollato alla poltrona, accarezzando verdi e comunisti con parole di miele; parole che in cambio già gli stanno assicurando fedeltà e protezione dalle minacce di alcuni di rovesciargli la tormentata maggioranza.

Pur di mantenersi al potere (anche se in modo traballante) Romano Prodi non esita a deporre una pesante pietra tombale su ogni possibilità di riforma che riduca il numero dei partiti e, di conseguenza, prosciughi il mare magnum di debito pubblico, sempre più dilagante, a causa, per buona parte, dell’ingordigia di questa partitocrazia parassitaria di cui oggi Prodi si fa opportunisticamente paladino.

Alla fine di una conferenza stampa animata (si fa per dire) da una scelta rappresentanza del giornalismo italiano (vergognosamente attenta a non irritare il capo del governo), si è toccato il fondo quando Luverà del tg1 ha posto la sua domanda citando il New York Times, dove l’ambasciatore americano a Roma avrebbe paragonato l’Italia a un bellissimo albero di duemila e cinquecento anni, aggiungendo però che “Bisogna tagliare le erbe infestanti che rischiano di soffocarlo”.

“A suo giudizio quali sono le erbacce più pericolose per l’Italia che vanno tagliate?” chiede Luverà a Prodi che risponde: “... prima, la più grossa è la malavita... Seconda un unico interlocutore, cioè la pubblica amministrazione che funzioni... Metto in particolare rilievo la giustizia che sta danneggiando enormemente la nostra economia... Qualcuno aggiunge il grande problema dell’invecchiamento...” (?!)

Una domanda graffiante e una risposta brillante!

Se, casomai, a qualcuno fosse venuto in mente di identificare nell’erbaccia cattiva e infestante proprio la classe politica di cui Romano Prodi è divenuto l’esemplare più rappresentativo, allora si rassegni e si autoconvinca che se in Italia, più che in ogni altro Paese civile, esistono malavita, malagiustizia, malaburocrazia e malgoverno, tutto questo non lo si deve, in nessun modo, imputare all’infestante malapolitica.

Tags: Romano Prodi, Partitocrazia, Riforme elettorali, Giornalismo

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