29 ottobre 2007

Berlusconi in: "La stanza del vescovo"

Senza le grancasse che un tempo accompagnavano gli accusatori, senza i clamori degli avvisi di garanzia sparati in mondovisione, pochi giorni fa è arrivata l’ennesima definitiva assoluzione dall’ennesima accusa che le procure associate d’Italia avevano lanciato a raffica contro la testa di Silvio Berlusconi, dal momento in cui il ricchissimo imprenditore si era calato nelle vesti di candidato premier per il 1994.

Da quando cioè partì deciso a battere l’invincibile sinistra, beneficiata da “mani pulite” che aveva appena decimato e ammanettato il resto dell’arco costituzionale.

La storia che seguì a quell’anno è stranota a tutti, in Italia e nel resto del mondo. E’ una storia intrisa di odio fomentato e diffuso, ad arte e con arte, da veri professionisti dotati di un network politico-mediatico che ha permesso loro di divulgare ovunque, oltre i più lontani e impensabili confini, l’immagine di un Paese in mano a un dittatore nero, un mafioso, un trafficante di denaro e di droga, un corruttore senza scrupoli di giudici e di anime.

Tutto questo è, a imperitura e straripante memoria, riportato in milioni e milioni di pagine internet, in tutte le lingue del mondo.

Ma perché tanto livore e tanto viscerale disprezzo si sono abbattuti sulla persona di Silvio Berlusconi?

Mai prima il seme dell’odio nazional-popolare aveva attecchito tanto profondamente nelle coscienze della gente, germogliando e intossicando ogni strato sociale.

A furor di popolo (è il caso di dirlo) Berlusconi è diventato in pochissimi mesi il peggior nemico di classe che l’immaginario collettivo, alimentato dalla cultura dominante, inculcata attraverso la letteratura, l’arte e la potenza mediatica di sinistra, avrebbe potuto vedere materializzarsi.

Quel cavaliere del lavoro era quanto di più perfetto si poteva offrire all’opinione pubblica come bersaglio della latente invidia sociale, inconsciamente stratificatasi negli anni.

D’altronde il termine ricco nella cultura italiana è sempre stato sinonimo di sfruttatore, bandito e corrotto, tanto che i costituenti (Togliatti in testa) non avevano neppure legiferato in previsione che un cittadino facoltoso e potente potesse mai candidarsi a governare il Paese.

Sembra incredibile ma, per colmare questa lacuna, ancora oggi, dopo l’entrata in politica di Berlusconi, i legislatori si scontrano ferocemente alla ricerca di una regolamentazione del “conflitto di interesse”, senza venirne a capo.

Molti credono che il miliardario di Arcore sia divenuto familiare ai più solo dal 1993, quando decise di fondare Forza Italia, ma si sbagliano! Con mille altri nomi e mille altri volti da oltre un decennio lo vedevamo rappresentato al cinema, nelle commedie all’italiana, nella satira radiotv; di lui leggevamo sui libri, ritratto in tanti romanzi nei quali ricchi capitalisti affamavano gli operai inermi, candidati al paradiso.

Addirittura nel 1976 venne pubblicato un libro intitolato “La stanza del vescovo” nel quale Piero Chiara, il celeberrimo scrittore antifascista diede alla famiglia protagonista del romanzo il nome Berlusconi.

Chiara era lombardo e conosceva ciò che già si favoleggiava in quegli anni intorno a quell’imprenditore edile che stava edificando “Milano 2” e che, molto italianamente, era inviso a molti per i suoi successi nel settore immobiliare.

L’anno dopo la pubblicazione del libro uscì il film omonimo (prodotto con la Francia) e i ripugnanti Berlusconi del film entrarono nella fantasia di milioni di italo-francesi, quasi in modo subliminale, pronti a trasferire loro mortifero bagaglio in un Berlusconi vero e reale.

Per anni ci è stata imposta a dosi massicce la maschera dell’industriale brianzolo, cinico e senza scrupoli, a volte rappresentato con la erre moscia di certi personaggi della Wertmuller o con la voce arrochita dalla nebbiosa umidità milanese dell’incolto bauscia pieno di soldi e di fabbrichètte, creato dalla fervida fantasia di una folta schiera di autori.

Quando, infine, giunse alla ribalta della politica nazionale quell’italiano troppo ricco (che chissà come aveva fatto i soldi?), in lui si incarnarono tutti gli odiati capitalisti “immaginari” apparsi sugli schermi innumerevoli volte. Il Berlusca divenne facile bersaglio dello scherno e della più bassa denigrazione per milioni di cittadini spesso orchestrati, infastiditi dai suoi successi.

E noi, noi antropologicamente inferiori che su Silvio Berlusconi avevamo invece puntato le nostre scelte di liberali? Beh, forse non abbiamo più l’entusiasmo del ’94 ma, dopo anni di commiserazioni e delegittimazioni, speriamo almeno di venire riabilitati da quest’ulteriore sentenza della Corte che ha assolto l’instancabile Silvio.

Tags: Silvio Berlusconi, Giustizia italiana, Immaginario collettivo

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